presenta
Il non ritratto
di Davide Campari
Fotografia di una visione illuminata
NNegativi formato passaporto, il ritratto di famiglia, uno scatto sbiadito mentre gioca con la manovella dell’auto.
E poi c’è quella foto, in cui Davide Campari, nel suo completo elegante di panno e il berretto da ciclista calato sul volto, guarda curioso in camera, dal tetto della sua nuova fabbrica a Sesto San Giovanni.
Le leggende su quel favoloso 1904 si rincorrono, le voci enfatiche del Corriere le inseguono. Benché avesse capito, prima di altri, l’importanza della fotografia per promuovere i suoi liquori, Davide non amava posare davanti a un obiettivo.
Strana caratteristica per il primo bimbo venuto alla luce in Galleria Vittorio Emanuele II a Milano, salotto buono e centro nevralgico di un’Italia che stava cambiando a un ritmo incalzante. Non esistono album, non ci sono biografie,
eppure tutti conoscevano
Davide Campari.
E quella mattina rossa d’autunno doveva essere immortalata.
A breve il nuovo stabilimento sarebbe stato teatro della creazione di bevande destinate a una clientela appassionata e in fermento.
Dal tetto la fantasia volava fino alle strade del centro di Milano. Famoso per il rito sociale dei “quattro passi”, Davide amava camminare per le strade vicine alla Galleria, ascoltare i vocalizzi dal Teatro alla Scala, sorridere alle persone affascinate dal suo carisma, travolte dalla sua affabilità.
Circondato da tacchi ricercati dal passo scattante e da corpi seducenti avvolti in abiti all’ultima moda, immaginò quel tipo di donna raffinata e moderna per i nuovi manifesti del celebre Bitter di Casa Campari.
Per evocare quel mondo di élite pensò senza esitazioni ai migliori artisti dell’epoca, da Dudovich a Cappiello, perché, come amava dire
Campari è diverso
quindi lo comunicheremo
in modo diverso
Visionario nel contaminare il mondo dell’arte con quello dei suoi elisir, si occupò in prima linea della loro promozione, creando gli annunci e studiando la distribuzione.
“Esempio eletto di industriale audace amico degli artisti” lo aveva definito il poliedrico Depero, artefice della bottiglia del primo aperitivo pronto da bere creato da Davide, il Campari Soda. Il contenuto monodose, i dettagli del prodotto stampati sul tappo a corona e una forma iconica, che entrerà nella storia del design e della comunicazione, rivoluzionarono con stile e lungimiranza il mercato in cui già primeggiava.
Artisti, letterati e la migliore gioventù meneghina si incontravano nel suo Camparino, dove il cristallo dei calici si tingeva di rosso.
In quell’atmosfera così cosmopolita cominciò a diffondersi il rito sociale dell’aperitivo: contemporaneo, sofisticato e dalla classe ineguagliabile.
La stessa che Davide /ibarba /idi /irame mostrava nelle strette di mano e nei contratti firmati.
Gli affari dell’audace imprenditore dal misurato realismo parlavano ormai una lingua internazionale, anche se il giovane Campari andava fiero delle sue origini artigianali, fatte di alchimie all’avanguardia.
Allo stesso tempo Davide era un esempio per i suoi dipendenti, autorevole e mai autoritario, autentico capitano d’industria capace di sporcarsi le mani, coraggioso nel dar forma a intuizioni uniche.
L’unico a voler mostrare, con orgoglio e senza filtri, i macchinari pionieristici della sua fabbrica, ingranaggi perfetti nel creare non soltanto liquori inconfondibili, ma anche suggestioni da assaporare attraverso il vetro dei bicchieri, specchi di un mondo che scintillava senza bisogno di troppa luce.
Tra poco Davide scenderà da quel tetto per salire sul tram e vedere Milano dal finestrino, sorseggiando con gli occhi una strada chiamata futuro, ripetendo tra sé e sé:
"Non basta una vita
anche per un solo marchio"